Prometeia: Export 2026 di manifattura italiana “depotenziato” dalla crisi in Medio Oriente
La propensione alle vendite estere sarà arriverà in media al 56% nel 2030
La crisi in Medio Oriente e la chiusura dello Stretto di Hormuz freneranno la crescita della manifattura italiana che quindi, anziché superare le performance dello scorso anno, chiuderà il 2026 con una “sostanziale stabilizzazione del fatturato” a prezzi costanti, mentre a prezzi correnti le tensioni inflattive porteranno a un suo aumento nominale (+3,8%), con un giro d’affari complessivo 2026 pari a 1.168 miliardi di euro.
Lo prevede l’ultimo Rapporto Analisi dei Settori Industriali 2026, presentato oggi da Prometeia insieme a Intesa Sanpaolo.
Secondo lo studio, a sostenere l’industria sarà principalmente il mercato interno, che potrà beneficiare ancora del supporto dato dagli incentivi fiscali e dalla fase conclusiva del Pnrr, mentre il contributo delle esportazioni sarà depotenziato dalla situazione di crisi.
Più nel dettaglio, secondo gli analisti, “la riattivazione del commercio intra-Ue, tanto attesa nel 2026, sarà messa a dura prova dalla situazione di generale debolezza della domanda a livello mondiale”, che ha indebolito alcuni dei fattori di sostegno alla ripresa dell’Eurozona e in particolare della Germania, mercato rilevante per tutti i settori manifatturieri italiani, e si è andata a sommare alle criticità legate alle politiche tariffarie Usa. Nel 2026 verranno meno anche gli effetti delle vendite anticipate sul mercato americano, che avevano sostenuto la domanda estera lo scorso anno, soprattutto nel settore farmaceutico.
In questo contesto, secondo Prometeia, resteranno in crescita i settori con sbocchi commerciali diversificati e fortemente orientati alla doppia transizione, seppur a tassi moderati.
Tra questi quelli di elettrotecnica (+2,6% a prezzi costanti), elettronica (+1,1%), meccanica (+0,7%), mentre sopra la media manifatturiera risulteranno anche le vendite estere del Largo consumo (trainate dalla cosmesi) e di alcuni settori più tradizionali del Made in Italy, come Mobili e Alimentare e bevande.
Allargando lo sguardo all’intero quadriennio 2027-30, il rapporto predice una moderata crescita per il manifatturiero italiano, con incrementi medi annui dell’1% a prezzi costanti.
Determinante sarà però la capacità delle imprese italiane di continuare a esportare servendo nicchie di mercato a elevato valore aggiunto e diversificando ancora gli sbocchi commerciali, data l’attesa scarsa dinamicità della domanda interna.
La propensione all’export resterà stabile sopra il 60% nei settori produttori di beni tecnologici e potrà crescere in quelli più esposti ai consumi interni e condizionati dai trend demografici, determinando un ampliamento del nostro avanzo commerciale. Nel complesso raggiungerà il 56% nel 2030.
Secondo le stime, il saldo commerciale dell’industria italiana potrà posizionarsi sui 125 miliardi di euro al 2030 (+ 21 miliardi sul 2019), nonostante una crescita sostenuta delle importazioni.
Più della metà dell’avanzo commerciale sarà realizzato dalla Meccanica che, in prospettiva, beneficerà del recupero della domanda europea, soprattutto tedesca, e potrà trovare spazio nelle attività di ricostruzione legate al conflitto e nei piani per ridisegnare i corridoi logistici su scala internazionale.
Per arginare la competizione globale sarà necessario insistere sugli investimenti volti a rafforzare i processi di digitalizzazione e di sostenibilità dell’offerta, lavorando sul rafforzamento dell’autonomia energetica.
Per raggiungere questi obiettivi, l’industria italiana potrà contare sulla presenza degli incentivi agli investimenti in macchinari almeno fino al 2028, oltre che su buone condizioni di redditività.
Relativamente all’andamento dei diversi settori nel quadriennio 2027-30, il rapporto vede quello della Farmaceutica come il più dinamico, con una crescita attesa del fatturato a prezzi costanti del 2,5%, sostenuta dalle esportazioni ma anche dal rafforzamento dei consumi sul mercato interno.
Meno dinamico, ma comunque in crescita sopra la media manifatturiera, anche il Largo consumo (+1,4%), che include la cosmesi. In crescita sostenuta quelli connessi alla doppia transizione, quali Elettronica (+1,9%), Meccanica (+1,5%) ed Elettrotecnica (+1,3%).
Le attese sono inoltre di modesto rimbalzo per gli Autoveicoli e moto (in crescita al +1,5% medio annuo nel quadriennio di previsione), mentre gli altri settori manifatturieri presenteranno tassi di crescita inferiori all’1% medio annuo.
I settori produttori di beni durevoli per la casa, Mobili ed Elettrodomestici, risentiranno di un mercato interno ancora debole, solo in parte compensato dalle vendite sui mercati esteri. I Mobili potranno far leva sul vantaggio competitivo della specializzazione su prodotti di fascia alta, destinati al segmento del lusso; gli Elettrodomestici soffriranno di più la concorrenza internazionale, soprattutto dei colossi asiatici.
Poco dinamici anche Alimentare e bevande e Sistema Moda, che risentiranno della debolezza dei consumi e della crescente maturità del mercato europeo. Nella moda, inoltre, peserà l’intensificarsi della concorrenza internazionale, soprattutto nei segmenti a minore differenziazione e più esposti alla competizione di prezzo dei produttori asiatici.
Nella parte inferiore della graduatoria si posizionano i settori produttori di beni intermedi, che scontano la minore intensità della domanda proveniente dai principali mercati di sbocco, ossia manifattura e costruzioni.
Spunti di maggior recupero si osserveranno per Altri intermedi e Metallurgia davanti a Prodotti in metallo e Intermedi chimici. I Prodotti e materiali da costruzione, infine, in coda alla classifica, risentiranno dell’esaurirsi del ciclo espansivo delle opere pubbliche legato al Pnrr e della debolezza dell’edilizia residenziale, in particolare del comparto della riqualificazione, dato il progressivo ridimensionamento delle agevolazioni fiscali.
In coda, la nota di Prometeia-Intesa Sanpaolo mette infine in guardia rispetto all’eventuale prolungamento delle tensioni in Medio Oriente, anche nella seconda parte del 2026. La chiusura dello stretto di Hormuz, con carenze prolungate di materie prime energetiche e di altri input produttivi, avrebbe infatti effetti significativi sui prezzi e sull’andamento dell’economia mondiale, sia nel 2026 che nel 2027. In questo scenario, l’industria manifatturiera italiana subirebbe una forte penalizzazione in termini di fatturato deflazionato, atteso quindi contrarsi dell’1,5% nella media del biennio 2026-27.
L’impatto previsto sarebbe diffuso a tutti i settori, con effetti meno rilevanti sui beni di consumo incomprimibili (Alimentare e bevande, Farmaceutica, Largo consumo) e più significativi per i beni durevoli e d’investimento.
Questi ultimi in particolare – quali Meccanica, Elettrotecnica, Elettronica – tuttavia, andrebbero a beneficiare però secondo lo studio di un rimbalzo più forte nel 2028, tale da controbilanciare interamente quanto perso durante il biennio precedente.
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