La logistica (e Maersk) potrebbero frenare la corsa Usa alla Groenlandia
Una analisi invita a riflettere sulla dipendenza degli Usa dalla flotta mercantile degli alleati, anche in caso di conflitto
Mentre sale la tensione tra Europa e Usa sul futuro della Groenlandia, una analisi pubblicata sul Jyllands-Posten, uno dei principali quotidiani danesi, invita a riflettere sulla forza navale ‘non militare’ che la Danimarca potrebbe opporre per contrastare le pretese sul suo territorio autonomo avanzate dal presidente statunitense Donald Trump.
A proporla è in particolare Emma Salisbury, senior fellow del Foreign Policy Research Institute, sull’edizione di oggi della testata.
Se Washington vanta infatti la flotta militare più potente del mondo, a mancarle è però una flotta mercantile altrettanto sviluppata, fondamentale in generale ma ancora più in caso di conflitti in quanto necessaria per garantire la sottostante logistica. Un asset di cui invece dispone nel suo insieme l’Europa grazie anche al peso della compagnia (danese) Maersk.
Testimonianza evidente di questo squilibrio, secondo Salisbury, è il fatto che nel cosiddetto Maritime Security Programme statunitense – programma governativo Usa gestito dalla Maritime Administration del Dipartimento dei Trasporti, volto a garantire la disponibilità di una flotta mercantile in grado di supportare la logistica via mare in caso di guerra o emergenza nazionale – su 60 navi complessive, siano ben 23 quelle di Maersk.
In una lista risalente al gennaio 2024, su 60 unità totali di cui 35 portacontainer, al gruppo danese risultavano farne capo 18 (17 portacontainer più un ro-ro); altre cinque containership appartenevano alla tedesca Hapag Lloyd, mentre Apl, controllata della francese Cma Cgm, ne contava 9. Varato nel 1996 per la prima volta, con una flotta di 47 navi, il Maritime Security Programme è ora autorizzato fino al 2035.
Secondo l’analista, a rendere ancora più importante la necessità di una flotta mercantile ‘extra’ per gli Stati Uniti in caso di conflitto è il fatto che – più che per altri paesi – gli Usa distino molto dal punto di vista geografico dai loro rivali.
Un grado aggiuntivo di fragilità per Washington si aggiungerebbe, secondo l’analista, se gli Usa decidessero di ‘cestinare’ la Nato e i relativi alleati, cosa non inevitabile in caso di escalation della crisi groenlandese. Per Salisbury infatti gli Stati Uniti, cui fa capo una quota pari solo al 6% della flotta navale commerciale tra i paesi Nato (meno di quella della Norvegia), hanno finora implicitamente contato sul fatto che le lacune su questo fronte fossero colmate da altri paesi dell’alleanza nord atlantica ed europei. La carenza di una forte ‘flotta navale civile’ si rivelerebbe quindi un tallone d’Achille logistico, in particolare in caso di conflitto con la Cina.
In sintesi, “anche con l’aiuto della Nato, gli Stati Uniti avrebbero un grosso problema in uno scontro con la Cina”. Senza il supporto degli alleati, ovviamente andrebbe anche peggio. Forzare la mano sulla Groenlandia e quindi indebolire la Nato porterebbe, secondo Salisbury, gli Usa a poter disporre con meno disinvoltura di un supporto logistico di cui potrebbe avere in realtà molto bisogno.
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