Dazi Usa e catene di fornitura: nuove tariffe ‘giuridicamente fragili’
Secondo l’avvocato Sara Armella abbandonare le verifiche puntuali sulle filiere a favore di dazi generalizzati espone il provvedimento al rischio di bocciatura nei tribunali americani
La decisione dell’amministrazione statunitense di applicare dazi generalizzati sul 99% dei prodotti provenienti da circa 60 economie, sostituendo le verifiche mirate sulle singole filiere produttive, rischia di incontrare un rapido blocco nei tribunali americani. L’avvocato Sara Armella, tra i maggiori esperti italiani di diritto doganale e commercio internazionale, illustra i profili di debolezza di un provvedimento che, avendo come presupposto il contrasto al lavoro forzato, presenta per la giustizia Usa un’alta probabilità di annullamento. “Le azioni legali già avviate negli Stati Uniti contro la nuova ondata di dazi annunciata dall’amministrazione Trump hanno fondate possibilità di essere accolte dai giudici”, dichiara l’avvocato Armella.
“La nuova misura – continua l’esperta – colpisce il 99% dei prodotti provenienti da circa 60 economie, utilizzando come presupposto il mancato contrasto al lavoro forzato. Si tratta però di un’impostazione che appare difficilmente sostenibile sul piano giuridico, perché si discosta dall’approccio seguito finora dalla normativa statunitense, che ha sempre richiesto una verifica rigorosa e puntuale, caso per caso, delle singole filiere produttive, con l’obiettivo di tutelare effettivamente i diritti dei lavoratori”.
Per i responsabili delle catene di fornitura, il cambio di passo della regolamentazione Usa snatura la logica della tracciabilità: “Trasformare uno strumento nato per contrastare violazioni concrete dei diritti umani in un dazio generalizzato che colpisce indiscriminatamente interi Paesi rischia di snaturarne completamente la funzione, facendone uno strumento di politica commerciale piuttosto che di tutela dei diritti fondamentali”.
Armella rimarca inoltre le incongruenze del provvedimento rispetto ai Paesi già dotati di standard di controllo elevati: “Tra i Paesi interessati figurano anche Stati che hanno già introdotto un divieto di importazione dei prodotti realizzati con lavoro forzato o che dispongono di sistemi di controllo analoghi. Questo conferma come il criterio adottato non sia coerente con l’obiettivo dichiarato e rafforza la tesi secondo cui la misura abbia una finalità prevalentemente protezionistica”.
“Dopo i recenti interventi della Corte Suprema che hanno limitato l’utilizzo di alcuni poteri tariffari dell’amministrazione americana, è prevedibile che anche questo nuovo provvedimento venga sottoposto a un attento scrutinio giudiziario. La solidità della motivazione giuridica sarà determinante per stabilirne la legittimità”, conclude Armella.
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