Circa il 25%-35% dell’export italiano esposto a rischi di restrizioni sui chokepoints marittimi
Secondo Promos Italia, negli scenari più critici gli extracosti potrebbero toccare i 22,5 miliardi di euro

Circa il 25%-35% dell’export italiano di merci, per un valore stimato tra 160 e 225 miliardi di euro, risulta esposto ai rischi che interessano i principali chokepoint marittimi globali, dagli stretti di Suez, Bab el-Mandeb e Hormuz, oggi particolarmente sotto i riflettori, a quelli Malacca, Panama, Bosforo-Dardanelli fino agli stretti danesi.
La stima è contenuta in un White Paper elaborato da Promos Italia, società di consulenza del sistema camerale italiano. Considerando che le esportazioni di merci in Italia hanno raggiunto i 644 miliardi di euro nel 2025 (+3,3% sul 2024 secondo Istat), lo studio è arrivato a quelle cifre considerando la ‘fetta’ che viaggia sulle rotte interessate, principalmente relative a tratte extra Ue.
La criticità, spiegano gli analisti, non riguardano soltanto eventuali nuovi o maggiori oneri di transito, ma anche l’aumento dei noli e dei premi assicurativi in caso di tensioni o attacchi, l’allungamento delle rotte in caso di deviazioni e la maggiore volatilità dei costi energetici. Rischi che, rileva il report, riguardano peraltro anche le importazioni verso la Penisola, in particolare per quanto riguarda componenti e materie prime.
SI tratta di una esposizione rilevante anche alla luce della struttura anche alla luce della struttura dell’export italiano, che combina beni ad alto valore, mercati spesso extra-Ue e filiere spesso sensibili ai tempi di consegna.
La vulnerabilità infatti non è omogenea, ma interessa soprattutto settori con valore unitario elevato, consegne internazionali complesse o dipendenza da input importati, peraltro proprio gli stessi comparti che lo scorso anno hanno guidato la crescita delle vendite estere italiane.
A rischiare di più, secondo Promos Italia, sono infatti quello della farmaceutica (+28,5% nel 2025), trainante ma molto sensibile ad affidabilità e tempi; quello di metalli e prodotti in metallo (+9,8%), che rischia una forte compressione dei margini se energia e noli salgono contemporaneamente; quello dei mezzi di trasporto (+11,6%), in cui eventuali ritardi possono portare al pagamento di penali o a rinvii di fatturato e quello di alimentari e bevande (+4,3%), in cui gli extra sono difficilmente trasferibili sui prezzi.
L’esposizione riguarda però anche settori che hanno registrato nel 2025 dinamiche meno positive ma che comunque costituiscono il cuore dell’export italiano. Tra questi in primis quello dei macchinari e il comparto di moda, lusso e arredo. Per il primo, eventuali ulteriori restrizioni delle vie marittime impatterebbero in particolare su tempi di consegna e assistenza post-vendita, mentre sul secondo, secondo Promos Italia eventuali ritardi peserebbero quanto i rincari logistici.
Per valutare l’impatto economico delle possibili restrizioni, il report considera tre scenari di crescente severità.
In caso di introduzione di pedaggi limitati e senza blocchi operativi, lo studio prevede aumenti contenuti di dei noli (+5-10%) e dei tempi (+2-5 giorni), con extra costi dell’1-2% ovvero pari a 1,6-4,5 miliardi di euro annui. Un contesto “gestibile” secondo gli analisti, ma che colpirebbe in particolare i margini delle imprese più piccole.
Lo scenario ‘medio’, con limitazioni più stringenti e parziali deviazioni, genererebbe invece aumenti dei noli del 15-30% e dei tempi di viaggio 7-15 giorni, con extra costi tra il +3% e il +5% e impatto annuo tra i 4,8 e gli 11,3 miliardi di euro, quindi secondo Promos Italia “visibile” e pari a una significativa fetta del surplus commerciale annuo italiano.
Nel caso peggiore, Promos Italia prevede infine incrementi dei noli del 40-70% con viaggi più lunghi di 20-30 giorni, per extra costi tra il 6 e il 10% ovvero compresi tra i 9,6 e i 22,5 miliardi di euro. Un quadro in cui il problema non è più solo il rincaro, perché ritardi, incertezza e volatilità possono portare a “perdita ordini, rinvio consegne e sostituzione dei fornitori italiani con alternative più vicine ai mercati finali”.
A rischiare di più, in ogni caso, sarebbero le Pmi, meno in grado di rinegoziare contratti logistici o assorbire temporaneamente gli extra costi.
In particolare Promos Italia ha calcolato che su una impresa che fattura 5 milioni di euro, le restrizioni potrebbero pesare sui ricavi fino a 100mila euro, 250mila euro e 500mila euro ogni anno in base ai tre scenari considerati.
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