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Economia

In Italia più alti che altrove i timori per mancati pagamenti nelle esportazioni

Il Global Survey Allianz Trade 2026 evidenzia anche come nella Penisola sia minima la quota di aziende pagate entro 30 giorni

di REDAZIONE SUPPLY CHAIN ITALY
8 Aprile 2026
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Nonostante il conflitto in Medio Oriente, oltre 7 aziende su 10 continuano ad aspettarsi una crescita delle esportazioni nel 2026. Lo rileva il Global Survey Allianz Trade 2026, secondo il quale la crisi in corso “non ha fatto deragliare le aspettative” di un incremento delle vendite estere, ma ha “rimescolato la mappa dei rischi”, peraltro a un anno dall’avvio della aggressiva politica tariffaria della Amministrazione Usa.

Condotta tra 6.000 aziende di 13 mercati differenti (Italia inclusa), in due fasi tra febbraio e marzo 2026, l’indagine parte dalla descrizione di un contesto commerciale globale strutturalmente incerto, segnato da diversi shock di natura diversa, con una previsione globale di crescita al +2,6% e una inflazione al 4,3%.

A questo quadro, il report aggiunge un dato: il costo della complessità delle supply chain, stimato ora in 4.700 miliardi di dollari, più che raddoppiato rispetto al 2017. Secondo Allianz Trade, la tendenza indica come la globalizzazione non stia arretrando, ma stia diventando più costosa, più frammentata e più vulnerabile agli shock.

Nonostante questo contesto, come detto le imprese esportatrici mantengono però un certo grado di fiducia: il 75% prevede una crescita delle vendite estere, con un calo contenuto (-6 punti pecentuali) rispetto al periodo precedente il conflitto in Medio Oriente e nettamente inferiore rispetto al crollo (-40 punti percentuali)  osservato nel 2025 dopo lo shock tariffario, anche se pesanti cali di fiducia si sono osservati in economie spcifiche quali quelle di Vietnam, Usa, Spagna e Cina.

Il conflitto si è in questi due mesi affermato come principale preoccupazione tra le minacce globali (per il 65% delle aziende), superando quella rappresentata dalla complessità e concentrazione delle catene di approvvigionamento (45%), che aveva tenuto banco nel 2025. Al secondo posto sono salite le problematiche legate all’offerta, come il fallimento dei fornitori e la carenza di input (57%). Meno di un quarto delle aziende interpellate infine si è detto preoccupato per gli effetti della guerra su energia e trasporti marittimi. Un segnale – ha commentato Aylin Somersan Coqui, Ceo di Allianz Trade – che “o le imprese sono fiduciose nei propri meccanismi di adattamento, oppure si aspettano che il conflitto sia di breve durata”.

Un tema di preoccupazione è però quello dei tempi di pagamento. La crisi in Medio Oriente sta infatti irrigidendo le condizioni del finanziamento commerciale, mentre i tempi di pagamento si allungano. La quota di aziende pagate entro 30 giorni è scesa dal 10% al 7% dall’inizio del conflitto, mentre quella di chi attende oltre 70 giorni è aumentata dal 15% al 24%. Guardando al futuro, il 43% delle aziende (+5 punti percentuali rispetto al periodo pre-conflitto) prevede un ulteriore deterioramento delle condizioni di pagamento. Cresce paarllelalelamente anche la quota di chi teme un mancato pagamento (in media il 40%, +6 punti percentuali rispetto al periodo pre-conflitto); i settori farmaceutico, delle costruzioni e dell’informatica/telecomunicazioni risultano i più esposti.

Su questo fronte, l’Italia esprime le maggiori preoccupazioni, in particolare rispetto al tema del mancato pagamento (55%) insieme a Regno Unito (57%), Singapore (60%) e Polonia (61%), e soprattutto Cina (73%). Parimenti, la Penisola è il paese con la minor quota di imprese pagate entro 30 giorni (4%, – 8 punti percentuali rispetto all’ultima rilevazione). Solo Singapore (5%), Brasile e Germania (6%) hanno percentuali simili.

Di fronte agli shock delle supply chain, le aziende stanno puntando su aumento delle scorte e diversificazione verso nuovi mercati (64% ciascuno), così come l’approvvigionamento da nuovi fornitori (63%). Segue il reindirizzamento attraverso mercati terzi (57%), a conferma del fatto che le imprese stanno adattando anche la logistica per aggirare le frizioni commerciali.

“Dall’inizio del conflitto in Medio Oriente, il 53% delle imprese sta cercando rotte di spedizione o vettori alternativi, con oltre il 60% a Singapore, Italia, Emirati Arabi Uniti e Polonia. La seconda strategia più diffusa (52%) consiste nel lavorare con broker doganali per accelerare le operazioni di sdoganamento, con oltre il 60% in Italia, Germania, Cina e Regno Unito. La terza è l’adattamento dei tempi di consegna per il 50% delle imprese, principalmente in Vietnam, Regno Unito, Singapore, Francia e Italia. Al contrario, le modifiche agli Incoterms (36%) restano più limitate, suggerendo che gli adeguamenti contrattuali seguono quelli operativi”, ha evidenziato Ano Kuhanathan, Head of Corporate Research di Allianz Trade.

Continuano inoltre le strategie di reshoring. Il 72% degli esportatori prevede almeno di proseguire allo stesso ritmo, pur percependo vincoli derivanti da problematiche legate ai fornitori, come la mancanza di accesso o di fornitori nazionali di alta qualità (circa 83%), seguiti dai costi di produzione (67%) e dalla mancanza di incentivi fiscali o sussidi (61%). Catene di approvvigionamento più complesse stanno spingendo le imprese a dare priorità al consolidamento dei mercati, a nuove rotte commerciali e alla costruzione di strutture all’estero.

Una delle conseguenze di queste dinamiche è l’affermarsi di Europa e Asia come principali regioni per la crescita futura, dato il calo di attrattività degli Usa per gli esportatori (solo il 13% li considera un mercato in crescita). In particolare l’interesse per l’Europa come destinazione è cresciuto in modo generalizzato, ma più marcato a Singapore (+10 punti percentuali rispetto al 2025) e negli Stati Uniti (+9 punti percentuali rispetto al 2025). L’Asia rimane la destinazione preferita, anche se l’attrattività degli investimenti in Cina è crollata e solo il 23% delle imprese (-30 punti percentuali rispetto al 2025) prevede di aumentarvi la propria presenza.

“Le opportunità di crescita – conclude Ana Boata, Head of Economic Research di Allianz Trade – sono rafforzate da una nuova ondata di accordi commerciali: il 93% delle imprese prevede di espandersi sfruttando i recenti accordi di libero scambio, come India-Ue e Mercosur-Ue”. Tuttavia “il pieno potenziale di questi accordi resta limitato”, data la sussistenza di barriere non tariffarie, quali i requisiti di licenza e certificazione.

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