Il 2025 ‘cattiva annata’ (-3,7%) per l’export di vini italiani secondo Sace
Crescono i mercati emergenti, così come l’interesse per prodotti premium e a basso o nullo contenuto di alcol
Con 47,3 milioni di ettolitri, l’Italia si è confermata anche nel 2025 come primo paese al mondo per produzione di vino, davanti a Francia e Spagna (rispettivamente 35,9 e 29,4 milioni di ettolitri) e prima di Stati Uniti, Australia e Argentina.
La crescita dei vini della Penisola è stata nell’anno disomogenea a livello geografico, con un traino delle regioni meridionali (+19%) e incrementi moderati nelle aree settentrionali, controbilanciati dal lieve calo (-3%) del Centro, imputabile per lo più alla minore produzione toscana.
A dirlo è l’ultimo Focus On Vino di Sace, presentato oggi.
A fronte del primato nella produzione, il 2025 non si è rivelato per il comparto una ‘buona annata’ sotto il profilo delle vendite estere. L’export si è contratto infatti del 3,7% raggiungendo i 7,8 miliardi di euro. A pesare maggiormente è stato il calo di vini rossi e rosé fermi (-5,4%) che pesano per circa il 40%, anche se nessuna tipologia è stata esente dal segno negativo. Il comparto degli spumanti si è contratto del 2,5%, quello dei vini bianchi fermi dell’1,5%, quello dei vini frizzanti del 3,5%, mentre i restanti – mosti, vini liquorosi e altro – sono diminuiti del 12,5%. Una dinamica che, rileva Sace, è anche il risultato della scelta dei consumatori, dato il calo complessivo dello 0,7% registrato negli ultimi due anni.
Nel complesso, il mercato globale del vino è però stimato in crescita in valore, con acquisti pari a 360 miliardi di dollari nel 2025 che dovrebbero salire a 370 miliardi a fine anno, per poi espandersi ulteriormente fino a 440 miliardi entro il 2031, con un tasso di crescita medio annuo (Cagr) del 3,37%.
Francia (32,9%), Italia (ora al 22% dal 20,1% del 2020) e Spagna (8,2%) sono i maggiori esportatori mondiali di vino in valore, seguiti da altri numerosi altri paesi con quote tra il 3% e il 5%.
Guardando ancora da vicino le vendite estere italiane, Sace osserva che “un prodotto alimentare italiano su cinque che varca i confini nazionali è vino, che sia bianco, rosso e rosé, spumante o di altra tipologia”.
Le direzioni prese sono soprattutto quelle di Stati Uniti, Germania e Regno Unito, primi tre mercati di destinazione, che rappresentano quasi il 50% dell’export italiano di vini. La preponderanza degli Usa, mercato in contrazione (-9,2%), ha determinato il calo complessivo dell’anno appena chiuso.
Seguono Canada, Svizzera e Francia, che insieme rappresentano circa il 15% delle vendite oltre confine di vini italiani, pur con dinamiche differenti. Se Ottawa e Berna hanno ridotto la domanda di vino italiano (-5,9% per un valore di €421 milioni, la prima e -4,2% per €393 milioni la seconda), Parigi l’ha invece aumentata (+3,6%) raggiungendo i 310 milioni di euro. Molto positiva inoltre la dinamica per le nostre vendite nell’Europa dell’Est (Polonia, Repubblica Ceca, Romania e Bulgaria) e nelle vicine Croazia e Slovenia, così come in Brasile e Vietnam dove ancora i valori sono relativamente più contenuti ma in crescita.

Guardando alle filiere produttive, capofila territoriale è il Veneto che con 2,9 miliardi di euro si conferma saldamente al vertice delle regioni italiane, più che raddoppiando il valore esportato dalla Toscana e dal Piemonte che la seguono con 1,2 miliardi.
Tutte e tre le regioni, così come anche Trentino-Alto Adige ed Emilia-Romagna, hanno riportato performance negative, mentre cresce la domanda di vini lombardi, pugliesi e friulani.
Tra i punti di forza, Sace evidenzia “l’elevata qualità media dei prodotti”.
L’Italia, aggiunge, “occupa una posizione di leadership nel settore vitivinicolo grazie alla combinazione di quantità, qualità e varietà produttiva”, supportata anche dalle denominazioni di origine (79 nel 2026 le Docg).
Le prospettive di crescita sono legate soprattutto alla capacità di intercettare nuove tendenze di consumo, tra cui la domanda di prodotti sostenibili, biologici e legati all’esperienza del territorio.
Tra i paesi tradizionalmente consumatori si registra una riduzione del consumo pro-capite, mentre cresce l’interesse nei mercati emergenti. Un’altra tendenza è quella verso la “premiumizzazione”: in altre parole, i consumatori bevono meno ma scelgono prodotti di qualità superiore. Parallelamente, cresce l’interesse per vini a basso contenuto alcolico o analcolici.
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