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Logistica e cooperative di lavoratori: Movimoda sotto la lente della Procura di Milano

Le collaborazioni fra i big della logistica e cooperative di lavoratori “apri e chiudi” tornano sotto la lente della magistratura. Dopo alcuni casi eclatanti già oggetto di indagini negli ultimi anni (l’ultimo dei quali aveva riguardato Ceva Logistics e la Città del Libro di Stradella), la Procura di Milano è tornata a occuparsi di un […]

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26 Ottobre 2020
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Movimoda

Le collaborazioni fra i big della logistica e cooperative di lavoratori “apri e chiudi” tornano sotto la lente della magistratura.

Dopo alcuni casi eclatanti già oggetto di indagini negli ultimi anni (l’ultimo dei quali aveva riguardato Ceva Logistics e la Città del Libro di Stradella), la Procura di Milano è tornata a occuparsi di un caso che questa volta chiama in causa Movimoda, azienda che da decenni offre servizi di logistica integrata nel settore della moda a livello internazionale.

Secondo quanto rivelato dal Corriere della Sera la società è finita infatti nel mirino per l’utilizzo di cooperative ‘finte’ costituite con la finalità di praticare ai committenti prezzi slealmente concorrenziali grazie al mancato pagamento dell’Iva e allo sfruttamento dei lavoratori. Un meccanismo che fino a ieri (in casi che hanno riguardato Fiera di Milano, Ceva e Uber) era stato penalmente perseguito dal punto di vista del caporalato, mentre per Movimoda pare sia stato affrontato sul versante della frode fiscale. La Guardia di Finanza, secondo quanto riporta il quotidiano milanese, avrebbe infatti eseguito un decreto di sequestro preventivo sino a 4 milioni di euro (corrispondenti all’Iva indebitamente lucrata nel 2012-2017 nei rapporti con quattro cooperative) a carico dell’amministratore e socio di maggioranza del colosso della logistica di Parma per l’ipotesi di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture per operazioni soggettivamente inesistenti.

Movimoda (multinazionale da 100 milioni di fatturato, 1.900 addetti e 250 clienti nel settore del fashion) ha fatto sapere tramite i suoi legali di aver “operato nel rispetto della legalità e, esaminate nel dettaglio le contestazioni del decreto, si difenderà nelle opportune sedi”.

Il Corriere spiega che “l’inchiesta del pm Paolo Storari ritiene di aver accertato che Movimoda, quando riceve una commessa logistica da una grande casa di moda, stipula poi contratti di appalto a prezzi molto bassi con consorzi fittizi di cooperative altrettanto fittizie, le quali altro non sarebbero che riserve di manodopera, depositi di forza lavoro del tutto privi di autonomia e di mezzi societari, rappresentati da prestanome ed eterodiretti da Movimoda: giuridicamente esistenti soltanto per nascondere quella che in realtà sarebbe una irregolare somministrazione di manodopera a grandi clienti che facciano finta di non sapere cosa ci sia a valle”.

Per la società di logistica questo si traduce in forza lavoro a buon prezzo esternalizzando costi assistenziali e previdenziali “e in questo caso avrebbe capitalizzato l’Iva a credito esposta nelle fatture, cosa invece non possibile nel caso di corretta somministrazione di personale” spiega il Corriere. I gestori di fatto delle cooperative (nel periodo in esame Esi, Rm Facility, Ponente e Fast Work nel consorzio Millar) avrebbero ricavato a loro volta vantaggi economici prima di chiuderle.

Le indagini della procura di Milano si basano anche sui racconti dei lavoratori, su alcune mail sequestrate che dimostrerebbero come Movimoda desse istruzioni sulla gestione delle cooperative. Il quotidiano spiega infine che, secondo il racconto di un testimone direttamente coinvolto nella vicenda, le coop ricevevano da Movimoda 13 euro all’ora, insostenibili perché assai più bassi del costo del lavoro: ma con il manager di Movimoda, pur senza mai dire esplicitamente che l’unico modo per star dentro quella tariffa fosse non pagare contributi e Iva, “intervenne un tacito accordo, nel senso che lui mi disse di arrangiarmi, che non gli interessava come facevamo a sostenere l’appalto, e che l’unica cosa che poteva fare era consentirci di cambiare cooperativa ogni due anni”.

Leggi l’articolo completo su Corriere Milano

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