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Economia

Vendite estere di moda maschile in aumento del 4,7% nel 2023

Anche i primi due mesi del 2024 si sono rivelati positivi per la crescita dell’export (+13%)

di REDAZIONE SUPPLY CHAIN ITALY
25 Giugno 2024
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Pitti Immagine Uomo 103

La moda maschile italiana archivia il 2023 con un fatturato di 11,9 miliardi di euro, in aumento del 4,7% sull’anno precedente. Tutti i micro-comparti hanno chiuso con performance positive a eccezione della confezione in pelle, che flette dello 0,6%. A crescere maggiormente sono le cravatte (+7,6%), seguite dalla camiceria (+7,4%). Lo rileva una analisi del Sistema Moda Italia, aderente a Confindustria, presentata a margine dell’avvio di Pitti Uomo 106 a Firenze, che si è svolta nei giorni scorsi.

Nell’anno, l’export ha mantenuto il suo ruolo di primo piano per la moda maschile italiana, concorrendo al 74,5% del fatturato. Su base annua le esportazioni sono aumentate del 6,6%, superando gli 8,8 miliardi di euro, mentre l’import (in calo del 2,3%) si è fermato a 5,6 miliardi di euro.

Relativamente agli sbocchi commerciali, sia le aree Ue sia quelle extra-Ue si sono rivelate favorevoli per il comparto, crescendo rispettivamente del 7,2% e del 6,0%. Il mercato Ue copre il 45,7% dell’export totale di settore, mentre l’extra-Ue risulta il maggior “acquirente”, assorbendo il 54,3%. Guardando all’import, dall’Ue proviene il 48,2% della moda maschile in ingresso nel nostro Paese, mentre l’extra-UE (in perdita del 13,8% rispetto al 2022) garantisce comunque il restante 51,8%.

Tra le destinazioni del menswear made in Italy la prima destinazione è risultata la Francia, in aumento del 16,8%, che ha raggiunto 1,2 miliardi di euro (12,2% del totale settoriale). Seguono Germania (a quota 10,3%) e Stati Uniti (9,3%), interessati entrambi da una dinamica positiva, rispettivamente del +0,4% e del +3,0%.

La Svizzera – strategico hub logistico/commerciale per le principali griffe del settore – dopo la buona performance del 2022 (+14,1%), scivola al quarto posto a fronte di una variazione negativa del 26,5%, che la porta a rappresentare il 7,7% delle vendite estere. La Cina, in crescita del +13,9%, ha raggiunto i 647 milioni di euro (6,8% sul totale), mentre Hong Kong, in undicesima posizione, mostra anch’esso un aumento a doppia cifra (+28,8%).

La Spagna, in sesta posizione, registra un incremento del 9,9%; segue il Regno Unito che contrariamente ha presentato un calo del -3,4%. Troviamo poi Corea del Sud e Giappone che sperimentano vivaci variazioni positive (+18,1% e +19,8% rispettivamente), seguite dai Paesi Bassi, che viceversa scendono (-1,5%), assicurandosi il 3,3% delle esportazioni di comparto. Altri quattro mercati di destinazione minori (incidenza tra il 2,4% e l’1,5% del totale) mostrano poi un’importante crescita delle esportazioni italiane di moda uomo. Si tratta di Polonia (+21,2%), Russia (+44,0%), Austria (+0,7%) ed Emirati Arabi Uniti (+45,3%).

Passando al lato delle importazioni, nel 2023 la Cina si è confermata il principale fornitore di moda uomo con un’incidenza del 12,2%, nonostante un decremento notevole (-25,0%). Anche il Bangladesh – in seconda posizione – ha registrato una dinamica negativa (-22,1%). Riguardo queste due tendenze, il report segnala che i dati vanno incrociati con quello dei Paesi Bassi, tradizionale porto d’ingresso per merci asiatiche, che cresce del 18,2%, nonché con quello del Belgio, anch’esso interessato da una dinamica positiva (+20,5%). In terza posizione si colloca poi la Francia, che all’opposto presenta una crescita del 15,1%.

Guardando all’interscambio per tipologia di merce, l’analisi rileva performance positive in export per tutti i prodotti, a eccezione come accennato sopra all’abbigliamento in pelle (-9,6%). Nel dettaglio, la camiceria ha registrato un aumento del 17,2%; seguono le cravatte con un +13,2%, poi l’abbigliamento confezionato e la maglieria, che hanno palesato rispettivamente un +9,5% e un +2,3%. Nel caso delle forniture provenienti dall’estero, le importazioni di confezione e maglieria maschile sono arretrate rispettivamente del 2,3% e del 4,8%, mentre l’import di cravatte cresce del 4,2%, e abbigliamento in pelle e camiceria migliorano nell’ordine del 5,1% e del 9,9%.

La dinamica positive dell’export, ha evidenziato ancora l’analisi, è proseguita anche nei primi due mesi del 2024, quando con una crescita del 13% (per circa 1,8 milioni di euro), mentre l’import perde il 13,3% (calando a poco più di 1 milione di euro). Per il primo, tra le destinazioni quelle Ue (che coprono il 44,6% del totale) crescono del 5,8%, mentre l’extra Ue (che pesa per il 55,4%) aumenta del 19,6%.

Tra i singoli paesi, la Francia si conferma al primo posto e segna una crescita del 15,3%, seguita da Germania (+0,2%) e dagli Stati Uniti (+7,9%). Al quarto posto troviamo la Cina (+62,9%); anche Hong Kong, in nona posizione, presenta un incremento a doppia cifra, nella misura del +56,8%. Il report sottolinea poi la dinamica negativa della Svizzera (-35,6%), che scivola in sesta posizione. Relativamente alle importazioni, dalla Ue proviene il 50,3% della moda maschile in ingresso in Italia, mentre l’extra-Ue garantisce il 49,7%. Entrambe le aree risultano in flessione, rispettivamente del 2,8% e del 21,8%.

Nel periodo, la Cina si posiziona al primo posto, nonostante un calo del -18,3% e supera di quasi 20 milioni di euro il Bangladesh, in calo del -39,5%. Tra gli altri fornitori, gli unici a registrare una dinamica positiva sono la Germania (+11,5%), la Spagna (+7,3%) e la Svizzera (+0,7%), sebbene tutti su valori assoluti ben più contenuti (inferiori al 7% di incidenza sul totale).

Guardando al dato di interscambio per prodotto, con riferimento all’export lo studio evidenzia l’ottima performance dell’abbigliamento esterno (+23,3% rispetto al primo bimestre del 2023), nonché della camiceria (+18,1%), della maglieria (+15,7%) e dell’abbigliamento in pelle (+14,6%). Più contenute le esportazioni di cravatte (+3,0%).

In termini di prodotto, il report riscontra una flessione risulta generalizzata per l’export, con le vendite estere di cravatte che perdono addirittura il 38,2% e quelle di camiceria il 24,3%. Anche confezione e maglieria si contraggono (rispettivamente -22,1% e -21,8%), mentre le importazioni dell’abbigliamento in pelle chiudono il primo bimestre con una crescita a doppia cifra, pari al 10,6%.

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