Cbam, quote e dazi rendono la dogana un nodo chiave per il settore siderurgico europeo
Per Ghetti (Deloitte Italia) le misure richiedono una gestione unitaria del rischio regolatorio

Sono diverse le sfide che il settore siderurgico europeo si sta trovando ad affrontare in ambito regolatorio e che – secondo Pier Paolo Ghetti, Global Trade Advisory leader di Deloitte Italia – stanno trasformando le dogane da semplice luogo di applicazione di dazi a “laboratorio di misure che perseguono finalità commerciali, geopolitiche, ambientali e di sicurezza economica, facendo convergere nella compliance doganale obiettivi tradizionalmente distinti”.
La più recente riguarda il nuovo regime di protezione dell’industria siderurgica Ue, volto a metterla al riparo dall’eccesso globale di produzione di acciaio, in vigore dal 1 luglio. Il nuovo schema prevede contingenti tariffari più restrittivi e, al loro superamento, l’applicazione di un dazio pari al 50%, “con un evidente impatto sulla programmazione degli approvvigionamenti e sulla sostenibilità economica dei flussi”. A questo si affianca “un approccio più rigoroso alla tracciabilità, anche attraverso il criterio melt & pour, che sposta il baricentro della compliance dal prodotto finito al suo percorso industriale” spiega Ghetti.
Come già visto, non assume rilievo soltanto il paese dell’ultima trasformazione o della rilavorazione, ma il luogo in cui l’acciaio è stato originariamente fuso e colato.
“Ne deriva una maggiore capacità dell’ordinamento unionale di contrastare triangolazioni, rilavorazioni minime e fenomeni di deviazione dei flussi commerciali, ma – secondo l’esperto – secondo l’esperto. anche una richiesta molto più intensa di tracciabilità e di visibilità dell’intera filiera produttiva”. Un maggiore sforzo delle imprese nel “rafforzare il presidio documentale su fornitori, processi produttivi e classificazione doganale, con effetti diretti su procurement, contrattualistica e pianificazione degli approvvigionamenti. In termini operativi, la corretta gestione della supply chain richiede ormai non solo la verifica della classificazione e dell’origine dichiarata, ma anche la disponibilità di evidenze coerenti sulla storia produttiva del bene, dalla colata ai passaggi intermedi fino al prodotto finito” spiega il doganalista.
A questa novità si somma il Cbam, dal 2026 nella sua fase definitiva e che impone agli importatori di gestire non solo i profili doganali, ma anche le emissioni incorporate e i relativi obblighi finanziari collegati ai certificati
Seppure la misura possa favorire la produzione europea a minore intensità di carbonio, per molte imprese questa rischia di tradursi, “almeno nella fase iniziale, in un aumento degli oneri amministrativi e nella necessità di costruire sistemi solidi di data governance, di verifica dei dati forniti dai supplier extra-UE e di riconciliazione tra informazioni ambientali, doganali e contabili” osserva Ghetti.
Da evidenziare in materia anche la discussione in corso sull’estensione del Cbam ai prodotti downstream, che rende centrale il tema delle nomenclature combinate.
“Il rischio concreto è che beni molto simili sul piano economico o funzionale ricadano in codici diversi e siano quindi assoggettati a discipline differenti: si pensi, ad esempio, a taluni articoli di fissaggio o componenti metallici per uso industriale, che potrebbero risultare inclusi o esclusi dal perimetro Cbam a seconda della loro classificazione doganale, pur presentando caratteristiche materiali e funzioni molto vicine”. Per Ghetti, in una simile prospettiva, “la classificazione non è più un esercizio meramente tecnico, ma una variabile capace di incidere direttamente sul trattamento regolatorio e sulla competitività del prodotto”.
Da attenzionare poi anche il tema dei rottami, centrale per la struttura industriale italiana ed europea orientata alla produzione di acciaio secondario.
“Pur non rientrando oggi nel perimetro del Cbam, spiega l’esprto, gli scraps restano rilevanti nella lettura complessiva della filiera, perché la loro esclusione non elimina gli effetti indiretti che il meccanismo può produrre sugli approvvigionamenti, sulla competitività e sulla necessità di rafforzare i presidi di tracciabilità, origine e coerenza documentale lungo la catena del valore”.
Se le misure citate possono riequilibrare il mercato interno, secondo l’esperto resta però aperto il tema della competitività dei produttori europei sui mercati di esportazione.
Il Cbam non elimina infatti il gap competitivo che può manifestarsi quando i produttori europei si confrontano all’estero con concorrenti non soggetti a un analogo prezzo del carbonio. “È in questo quadro che assume rilievo il Temporary Decarbonisation Fund, proposto per sostenere la transizione low-carbon e attenuare l’impatto del costo climatico sulle imprese europee esposte alla concorrenza internazionale”.
“Il tema è particolarmente delicato per l’acciaio, perché il rischio non riguarda soltanto i margini industriali, ma la capacità di mantenere quote di mercato estero in un contesto in cui la decarbonizzazione europea procede più rapidamente di quella di molti concorrenti globali”. In conclusione, la tenuta competitiva dell’industria europea dipenderà “non solo dalla protezione del mercato interno, ma anche dalla capacità di accompagnare la trasformazione industriale con strumenti che evitino di trasferire all’export un divario di costo non compensato”.
In questo quadro, rilevano poi anche i dazi della Section 232 statunitense. Il rafforzamento delle misure su acciaio e prodotti derivati aumenta infatti il rischio di perdita di competitività per l’export europeo e “impone alle imprese di rivedere prezzi, condizioni di consegna e strategie di accesso al mercato statunitense”. Oltre al tema delle tariffe, la disciplina Usa richiede inoltre “un presidio sempre più accurato sul contenuto metallico incorporato e sulla composizione effettiva del prodotto, con ricadute dirette sulla documentazione commerciale e doganale; inoltre, la possibile deviazione verso il mercato europeo di volumi esclusi o penalizzati negli Stati Uniti rafforza ulteriormente la funzione delle misure UE di difesa commerciale”.
Secondo il Global Trade Advisory leader di Deloitte Italia, questi temi e misure richiedono una gestione integrata e unitaria del rischio regolatorio. “Origine, difesa commerciale, Cbam sanzioni, export control ed Esg non possono più essere trattati come compartimenti separati, perché fanno parte di un unico perimetro di compliance che incide su supply chain, contratti, investimenti e pianificazione industriale. Per il settore dell’acciaio, e per l’industria europea nel suo complesso, la competitività futura dipenderà sempre di più dalla capacità di trasformare la compliance in una leva strategica, e non soltanto in un costo da assorbire”, conclude Ghetti.
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