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Mele, kiwi, uva: come viaggia l’export della frutta Made in Italy

Circa 650 mila tonnellate di frutta fresca, per un valore totale di più di 776 milioni di euro, vengono esportate ogni anno dall’Italia verso aree come il Golfo Persico (in particolare l’Arabia Saudita), le Americhe, la sponda Sud del Mediterraneo (in particolare Egitto e Israele) e Oceania. Merci che viaggiano perlopiù via nave, all’interno di […]

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25 Maggio 2021
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Mele in lavorazione

Circa 650 mila tonnellate di frutta fresca, per un valore totale di più di 776 milioni di euro, vengono esportate ogni anno dall’Italia verso aree come il Golfo Persico (in particolare l’Arabia Saudita), le Americhe, la sponda Sud del Mediterraneo (in particolare Egitto e Israele) e Oceania.
Merci che viaggiano perlopiù via nave, all’interno di container refrigerati, come illustrato da un post dedicato a questo tema dall’operatore genovese Mto (gruppo Finsea), che per questa attività collabora con la casa di spedizioni concittadina Naus, fondata da Cesare Carissimo e Bruno Barili e oggi guidata da Paolo Carissimo e Davide Barili.

Come per tutta la frutta che viaggia oltremare -spiega la società – l’unità di carico è il container reefer da 40 piedi high cube, in grado di contenere “circa 21 pedane (pallet) con altezza massima di stivaggio di 2,30 metri, a circa 20 centimetri di distanza dal tetto per permettere una corretta areazione e ventilazione all’interno, e peso massimo di 25 tonnellate in conformità ai limiti imposti per la circolazione stradale”. La temperatura – prosegue Mto – “è regolata a zero gradi centigradi”, mentre può variare la ventilazione, “impostata a 15 cbm/hr per i kiwi e a 25 cbm/hr per le mele, l’uva e le susine”. In alcuni casi, a seconda del paese di destinazione, “la frutta può essere soggetta al cold treatment”, un periodo di quarantena a temperature predefinite che può essere effettuato in transito oppure prima della partenza nelle celle dei magazzini.

Il ‘racconto’ di Mto prosegue concentrandosi in particolare su mele e kiwi, dato che l’export italiano dell’uva “sta subendo un calo importante negli ultimi anni soprattutto per motivi legati a produzioni concorrenti provenienti altre aree geografiche e talvolta a politiche protezioniste”.
Nella produzione di mele invece l’Italia, con circa 2 milioni di tonnellate all’anno, è seconda in Europa solo alla Polonia che ne vanta 3 milioni (10 i milioni di tonnellate prodotte ogni anno dal Vecchio Continente). Dopo la raccolta i frutti sono conferiti “nei centri di raccolta in bins (grandi casse) da circa 200 chilogrammi l’una” e sottoposti a un processo di selezione e calibrazione che avviene in acqua per evitare ammaccature. Gli acquisti, spiega la società genovese, vengono infatti decisi, oltre che in base alla varietà anche considerando misura e colore dei frutti. “Ed ecco una piccola curiosità: il calibro equivale alla capienza di un cartone da 18 chili. Se nel cartone ci stanno 193 mele, il calibro di quelle mele sarà 193 e più le mele sono grandi, più il calibro aumenta: dal più piccolo 193 fino al più grande 56”. Anche all’interno delle stesse varietà esistono classificazioni sulla base dell’intensità del colore (ad esempio per la varietà Gala l’intensità delle striature, per la Golden si tiene conto del colore tendente al giallo oppure al verde).
Mele dello stesso colore e dimensione sono fatte confluire in apposite casse da lettori ottici e successivamente ripartite in celle, per essere poi “impaccate nei vari formati di cartone ed esportate sulla base dell’ordine ricevuto”. Una ultima lavorazione può essere la lucidatura, se richiesta dal cliente, con l’utilizzo di cera vegetale applicata nella fase finale del processo di impacco.

Il procedimento di calibratura, selezione e stoccaggio è simile anche per i kiwi (con la sola esclusione dell’acqua). Il calibro in questo caso è legato alla capienza di una cassetta da 3 chili, ovvero “se nella cassetta ci stanno 30 kiwi, il calibro di quei kiwi sarà 30”. Le misure variano dal calibro 46 al 20. Relativamente a questo frutto, Mto e Naos segnalano infine che da anni “agronomi di tutta Italia stanno combattendo una battaglia impegnativa contro una batteriosi che affligge le piante”, che ha comportato “un calo del 40% della produzione” nel solo Piemonte, regione di coltivazione primaria.

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