La crisi di Hormuz frenerà gli scambi globali di merci fino al +1,5% nel 2026
Unctad stima un aumento del 2,5% nella migliore delle ipotesi, dopo l’incremento del 4,7% dello scorso anno

A venti giorni di distanza dalla prima “valutazione rapida” della situazione, Unctad torna sul tema caldissimo della chiusura dello Stretto di Hormuz per segnalare i rischi sempre più gravi che si stanno creando per le economie globali.
Mentre la via d’acqua resta “praticamente chiusa”, la prima previsione drammatica a saltare all’occhio è quella relativa al rallentamento degli scambi globali di merci, che in conseguenza della crisi vivranno nel 2026, secondo l’agenzia Onu per il commercio e lo sviluppo, un incremento contenuto, nell’ordine del +2,5% nell’ipotesi migliore e dell’1,5% in quella peggiore, a fronte della crescita del 4,7% registrato nel 2025.
“Quella che era iniziata come una disruption in un corridoio chiave per i prodotti energetici si sta ora trasferendo alla intera economia globale” è la valutazione attuale di Unctad, mentre rileva un calo del 95% dei transiti giornalieri di navi attraverso lo stretto tra febbraio e marzo (da una media di 129 unità a una di 6).

Lo shock energetico è il principale canale di trasmissione della crisi alle economie. Gli aumenti del prezzo dei carburanti e del petrolio, spiega, si stanno estendendo alle supply chain, facendo aumentare i costi della produzione e della movimentazione merci in tutto il pianeta. Anche in segmenti come il trasporto container e quello di rinfuse secche, sebbene colpiti meno direttamente, questi stanno aumentano. Se la crisi dovesse proseguire, conclude, le regioni più esposte sarebbero quelle più dipendenti dalle importazioni di prodotti energetici dal Medio Oriente, “in particolare Asia meridionale ed Europa”.
Nel complesso, la crisi si tradurrà in un calo della crescita globale. Nell’insieme Unctad, in linea con le stime diffuse a inizio anno, ha detto di attendersi un aumento del Pil globale del 2,6%. Da rilevare però che per le economie emergenti la previsione è ora di una crescita del 4,1% (dal precedente 4,2%), mentre per quelle mature si stima ora un +1,5%.
Il breve report dell’agenzia Onu per il commercio e lo sviluppo sofferma infine lo sguardo sui mercati finanziari. Con l’aumento dell’incertezza, gli investitori – evidenzia – si stanno allontanando dagli asset più rischiosi, cedendo azioni, obbligazioni e valute relative ai paesi in via di sviluppo. Le vendite, osserva, sono state più marcate rispetto a quelle osservate nelle economie avanzate, come tipicamente accade nei periodi di rischio elevato. Di conseguenza, le valute dei paesi in via di sviluppo si sono indebolite, rendendo più costose le importazioni, tipicamente quelle di carburanti e alimenti. In generale, i costi di finanziamento sono aumentati in tutte le regioni in via di sviluppo nelle settimane successive all’escalation.
A essere potenzialmente colpiti dallo shock, secondo Unctad, sono circa 3,4 miliardi di persone che vivono in paesi che già spendono più finanziare il debito che per sanità o istruzione, lasciando uno spazio molto limitato per assorbire nuovi shock.
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