Senza pharma e navi l’export italiano in Usa sarebbe calato del 5,7% nel 2025
Nonostante l’aumento complessivo del 7,2%, le vendite nel paese celano una forte fragilità strutturale per la Penisola

Come già osservato, l’Italia è stata l’unica economia tra quelle più importanti della Ue ad avere incrementato nel 2025 le sue esportazioni verso gli Stati Uniti, segnando una crescita del 7,2%.
Tuttavia, come rilevato da Confindustria, l’incremento è stato guidato dalla vendita di prodotti farmaceutici (con flussi al +54,1%) e al netto di queste il bilancio sarebbe stato negativo, pari a un -1,6%. Un’altra componente importante è stata rappresentata dalla cessione di navi e altri mezzi di trasporto: sottraendo anche queste, la flessione arriverebbe al -5,7%.
Insomma, come evidenziato da una analisi di Reuters, la progressione delle esportazioni italiane in Usa nel 2025 rischia non solo di essere illusoria, ma anche arrivata a un punto di svolta per via della introduzione dei dazi, che ancora non avrebbero dispiegato appieno il proprio impatto.
L’Italia, che come pure già evidenziato è molto più esposta dei partner europei verso i mercati extra Ue (che contano per il 48,2% delle sue vendite estere), ha in particolare un forte legame con gli Usa, che da soli assorbono il 10,8% delle esportazioni nazionali, ma verso i quali sono calate 16 categorie merceologiche su 22 nell’ultimo anno. A rendere più delicata la situazione è anche il fatto che la quota di esportazioni diretta verso gli Usa è cresciuta progressivamente negli ultimi 15 anni, portando a 16 miliardi di euro l’anno la quota di introiti messi a rischio dai dazi stando ai calcoli di Confindustria.
Secondo l’associazione, un elemento di fragilità risiede inoltre nel fatto che i prodotti farmaceutici esportati dall’Italia sono spesso realizzati da multinazionali di origine statunitense, che hanno portato nella Penisola la produzione a causa del minor costo del lavoro e per la presenza di expertise. Uno status quo che potrebbe facilmente mutare con i dazi Usa, che potrebbero spingere le case produttrici a riportare la produzione nella madrepatria.
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