Con la crisi in Medio Oriente rallenta l’export di pasta verso Emirati e Asia
Dopo la crescita (+2,1%) del 2025, il comparto ora teme ripercussioni anche sulla produzione per l’aumento dei prezzi dei fertilizzanti
Costi “impressionanti” sui noli della merce destinata a Emirati e Asia stanno frenando la domanda di pasta italiana, non solo in Medio Oriente ma anche in aree come quelle “dalla Cina al Giappone, dalla Thailandia alla Giordania”.
A lanciare l’allarme è la presidente dei Pastai di Unione Italiana Food, Margherita Mastromauro. Intervistata da Adnkronos, ha evidenziato che la chiusura dello Stretto di Hormuz “sta facendo cambiare traiettorie, con tragitti più lunghi e sono ritardi nelle consegne addirittura stiamo avendo problemi anche a spedire i campioni a causa dei costi esorbitanti per via aerea”.
Oltre che sulle spedizioni, la crisi rischia di avere ripercussioni anche sulla produzione di grano duro italiano, dato che sta provocando un aumento dei prezzi dei fertilizzanti che arrivano da quelle aree, con possibili “cali di quantità ma anche di qualità. La situazione potrebbe riguardare il grano italiano ma anche altri paesi europei”.
Spostando lo sguardo sul 2025, l’export di pasta italiana ha raggiunto nell’anno le 2.456.940 tonnellate (+2,1% rispetto al 2024), per un valore complessivo di 3.969 milioni di euro, secondo un’elaborazione di Unione Italiana Food su dati Istat. A livello globale, la produzione si attesta intorno ai 17 milioni di tonnellate, di cui 4,2 milioni realizzate in Italia, che si conferma leader sia produttivo sia culturale.
La produzione italiana, spiega l’analisi, si è riversata per oltre il 60% all’estero, raggiungendo più di 200 Paesi.
Nel dettaglio, della pasta esportata, circa 1,3 milioni di tonnellate sono stati destinati ai paesi della Ue, mentre la parte rimanente ha raggiunto paesi terzi. L’export comunitario ha rappresentato il 51,9% del totale (+4% rispetto al 2024), mentre il restante 49,1% è stato indirizzato nell’ordine verso America (17,6%), Asia (10,6%), Oceania (2,0%) e Africa (1,1%).
Tra i mercati più recettivi permangono Germania con 466.422 tonnellate (+3,7%), Stati Uniti con 315.018 tonnellate (+4,3%), Francia con 292.341 tonnellate (+4,7%) e Regno Unito, con 279.342 tonnellate in leggera contrazione (-1,4%).
Accanto ai mercati storici si evidenziano dinamiche particolarmente positive in Australia (+17,4%), Canada (+9,9%) e Polonia (+5,2%), mentre nella Ue crescono anche Spagna (+4%) e Paesi Bassi (+6,4%). A livello mondiale infine l’Oceania registra un aumento del 12,9% e l’America del 4,5%, mentre Asia (-6,7%) e Africa (-7,6%) mostrano una contrazione dei volumi.
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