Il caffè italiano stretto tra la crisi di Hormuz e problemi produttivi
Le criticità rendono necessari pianificazioni più lunghe e una diversificazione di porti, vettori e hub logistici

La crisi del Medio Oriente, insieme ad alcune criticità negli approvvigionamenti, stanno rendendo sempre più complessa la vita alle aziende italiane di torrefazione del caffè. Di questo ha parlato Michele Monzini, Vicepresidente del Comitato Italiano Caffè di Unione Italiana Food, in una intervista a Comunicaffé.
Se da un lato le tensioni sul Mar Rosso e sullo Stretto di Hormuz hanno aumentato i tempi e i costi della logistica verso l’Europa, il comparto ha ora a che fare anche con la scarsità della materia prima proveniente da Brasile e Vietnam, paesi che rappresentano oltre la metà della produzione mondiale, e che hanno attraversato “eventi climatici estremi”. Minore disponibilità di caffè verde (cioè ancora non torrefatto) viene avvertita anche da Colombia e Indonesia, anche se – ha spiegato Monzini – le prospettive di raccolti abbondanti in Brasile, Vietnam e Indonesia nel 2026 stanno contribuendo a ridurre la volatilità dei prezzi.
Nel complesso, il settore continua a guardare alla diversificazione delle origini, puntando su mercati alternativi quali Colombia, Honduras, Uganda, India o Indonesia. Le criticità che in particolare stanno colpendo i trasporti via mare – prima il blocco del Mar Ross, ora quello di Hormuz – ha reso necessaria una pianificazione più lunga rispetto al passato, con “orizzonti di approvvigionamento di diversi mesi”, e una migliore gestione delle scorte.
La crisi di Hormuz, ha però evidenziato Monzini, sta impattando su tutta la filiera, per via degli aumenti del costo dell’energia i quali stanno avendo effetti anche sulla trasformazione del prodotto e sulla logistica distributiva, nonché sulla stessa produzione – per via dell’aumento del costo dei fertilizzanti – e su lavorazioni finali come quelle relative al packaging.
Per quel che riguarda nello specifico il trasporto, sia del caffè verde sia del prodotto torrefatto, questo è oggi “molto più costoso e volatile” e si rischia un ulteriore aggravamento. La risposta delle aziende al moment, ha concluso Monzini, è quella di diversificare porti, vettori e hub logistici, cercando di aumentare la flessibilità della supply chain, con un aumento quindi della complessità di gestione e una pianificazione più strutturata rispetto al passato.
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